In un’epoca che ancora troppo vive di relativismi e paure, urge nuovamente e fortemente la necessità di dare significato forte e agonistico alle parole, tentando, per quanto possibile, di districarsi dall’unica struttura che è rimasta forte e condivisa: il mercato. Una struttura che ci avvolge come una coperta troppo corta, ma che allo stesso tempo è ambita, perché non siamo capaci di vedere un’altra possibilità di mera sopravvivenza. Si trata di imbastire un discorso ancora più forte proprio ora che il mercato – il capitalismo sfrenato di cui stiamo vivendo le sue conseguenze più nefaste e meno democratiche – soffre nella sua legittimità. Allora le voci di chi per anni, più o meno responsabilmente e coscientemente, hanno gridato alla pericolosità del processo in corso, possono ancora dire qualcosa e ripartire finalmente da qualcosa di concreto e non da speculazioni filosofiche di superficiale interpretazione marxista. Riportare la discussione sull’uomo, sui suoi bisogni spirituali e sulle sue aspirazioni – vere e antispettacolari – rappresenta la via principale per la ricostruzione di un nuovo umanesimo che la “democratica” epoca contemporanea occidentale ha tradito, in nome del benessere materiale e dei quindici minuti di celebrità.
Ho però una paura: può la risorgenza di un pensiero umanistico forte e razionale non cadere negli errori del passato recente, nel solco della tradizione razionalista marxista? E in questo, generare nuovi mostri?
sabato 6 dicembre 2008
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